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Introduzione a NativitÓ PDF Stampa E-mail

Copertina Natività

Natività. Essere Madre Straniera a Firenze.

 
...dalle foto e dalle storie è nato il progetto Natività che, grazie all’aiuto economico della Provincia di Firenze, è diventato una mostra e un piccolo libro...

Confesso che quando ho iniziato a scrivere la presentazione a questa pubblicazione stavo per commettere un errore da sociologa, da statistica: cercare i numeri e le percentuali delle donne straniere immigrate a Firenze.

Poi è successo qualcosa di strano in me. E’ successo che mentre i numeri gradatamente uscivano fuori da ricerche e indagini, quasi per simmetrica corrispondenza i volti, gli occhi, i sorrisi e le lacrime delle donne e dei bambini di Fate si allontanavano, svanivano i contorni, diventavano come invisibili, impercettibili.

Allora ho capito che i numeri talvolta uccidono le storie. Che una vita non è mai un numero.

Sono stata di recente ad uno di quei convegni, costosissimi, e pieni di carta patinata e di calcoli aggiornati, dove per vocazione e mestiere si contano i poveri, i bisognosi e gli emarginati.

Tra gli interventi mi sono appuntata queste parole di un eminente studioso di una università del nord : “Ancora per un po’ ce la possiamo fare a mantenere il controllo del costo delle nostre badanti , per la cura dei nostri anziani, dei nostri genitori, zii, nonni. ma appena le ultime donne che arrivano in Italia a cercare lavoro si accorgeranno dei prezzi e del costo della vita , non so come finirà…”.

Ed io, che ogni giorno parlo con molte di queste donne che non fanno neppure le badanti , ma le sostitute delle badanti , e vanno a pulire anche quattordici case diverse in una settimana, spesso a nero e sottopagate, mi sarei voluta alzare e raccontare anche una sola di queste storie.

Le storie qui raccolte non sono interviste. Io non intervisto le donne, i bambini. Ci parlo, a lungo. E di corsa. Mentre corriamo da una parte all’altra della città per una visita medica.

Mentre traslochiamo da una camera ammobiliata ad una pensione.

Mentre corriamo ad un mercato ortofrutticolo per comprare frutta e verdura fresca a basso costo. Mentre aspettiamo l’esito di una visita medica . Mentre cerchiamo qualcuno disposto ad accogliere i bambini per il dopo la scuola. Mentre cerco di comunicare con un assessore, cui chiedo un appuntamento da oltre sei mesi, e le segretarie fanno da filtro, da muro.

Continuo ad ascoltare storie drammatiche, inimmaginabili.

Fate, l’associazione che abbiamo fondato nel 1999, in pratica ora funziona così: una donna arriva in associazione e cerca un sostegno per i propri bambini. L’associazione ha creato per i bambini, un certo programma che prevede un’accoglienza residenziale straordinaria, (esclusivamente per i periodi di festa , Natale, Pasqua, Estate e i fine settimana), ed alcune giornate speciali dove i bambini fanno laboratori tematici di gruppo, dove si condividono temi e tempi comuni. Inoltre è stato organizzato un sostegno scolastico personalizzato e in alcuni casi è stata fatta mediazione con gli insegnanti e le scuole, perché spesso ci sono difficoltà linguistiche o di approccio allo studio.

In realtà i bambini hanno una capacità straordinaria di adattamento e di apprendimento della lingua e di metodi di studio nuovi e non ci sarebbero mai vere difficoltà. Ma mi è capitato di leggere una nota ,fatta ad una bambina straniera di sei anni , dopo soli 14 giorni di prima elementare. Vi era scritto: “Non s’impegna : spesso è assente e poco attenta. Ancora fa troppi errori negli elaborati
. DEVE lavorare di più”. In aggiunta la “comprensiva” maestra faceva notare che era intollerabile come la bambina non avesse ancora portato il tale libro ( non quello di testo, ma uno in più) che era stato richiesto.

Quando le donne mi raccontano queste cose, magari piangendo o contorcendosi le mani spiegandomi che loro non sanno fare sempre quei compiti assegnati e che il libro non è stato possibile comprarlo perché costava 12 euro e loro, quei soldi, non li avevano, io sorrido e poi propongo con tanta soddisfazione, di accompagnarle al prossimo colloquio con gli insegnanti.

Sono curiosa infatti di vedere la faccia delle maestrine , le quali appena mi vedono, infastidite inaspettatamente se ne escono subito con un “ non penserà che io sono razzista!” Razzista? Ma no, signora maestra. Lei non è razzista: è disumana e stupida. Scelga lei cosa la offende di meno.

Per fortuna con alcune di queste insegnanti invece si crea un legame forte e mi trovo inaspettate offerte di aiuto “extrascolastico”, aiuti concreti, auspicabili davvero da ogni insegnante…C’è maestra e maestra.


Con i bambini poi andiamo a teatro, a sentire i concerti, andiamo nei musei, a un cinema o semplicemente stiamo insieme. Senza mamme: so per esperienza che se lasci un po’ di respiro e di tempo alle mamme è come fare un piccolo regalo. Noi nel frattempo ci divertiamo, i bambini che non si vedono sempre si raccontano le cose, giocano e si mettono d’accordo per prossime visite. Parliamo tanto, a volte ci si fanno cazziatoni. Poi si ride, si balla.

Quando le donne arrivano per chiedere un aiuto per i figli, finiamo immediatamente a parlare di tutto. Del loro Paese: sempre meno. Della vita con i mariti , gli ex mariti o i compagni: accenni succinti, qualche lamentela, poco di altro. Parliamo, soprattutto del lavoro. Dei bambini, della loro salute, di aspetti legali, di scuola, di esaurimento fisico e mentale. Discorsi di donne, di madri. Mi piace questo non soffermarsi sui “fallimenti matrimoniali o di coppia” Quando si parla degli uomini, siamo caute, di poche parole, ma volano degli sguardi… Certa complicità femminile non ha veramente confini.

Le donne che arrivano in associazione sono quasi tutte sole. A volte se ne sono andate da paesi e mariti ingiusti, a volte sono rimaste sole, dopo essere arrivate qui, nel paese della “svolta” magari dopo un figlio o due. A volte sono sole perché la legge sui documenti e i permessi di soggiorno le obbliga ad una vita di solitudine e di difficoltà , magari in coincidenza di una malattia grave di un figlio.

Una delle cose intollerabili è come un madre debba stare sola in un paese straniero accanto ad un figlio gravemente malato senza l’aiuto di un marito e soprattutto costretta a lavorare per mantenersi durante questo soggiorno. A lavorare poi a nero perché il permesso di soggiorno che ha ottenuto per questa permanenza in Italia recita
“Per cure mediche “, tre parole che significano in pratica che sebbene tu abbia un ordinanza del tribunale che ti dice chiaramente che hai diritto a lavorare in Italia per sostenerti e sostenere tuo figlio, malato, in pratica il centro per l’impiego non accoglie la tua richiesta d’iscrizione alle liste del lavoro e tu sei costretta a lavorare a 4 euro l’ora, e a nero (a bianco sarebbero due euro: il costo di due caffè) e a fare turni massacranti o lavori che nessuna vuole più fare.

Costretta dalla legge a lavorare a nero.

Costretta a fare una gimcana in tutta la città per fare anche solo un’ora di pulizie , a prendere autobus ( costosi) e a fare a piedi chilometri ogni giorno.

Poi tornata a casa hai magari le note delle maestre e pure i compiti da fare. Magari per l’indomani devi trovare anche i soldi per la cassa scolastica ( da abolire) o per una gita e non sai come fare a dire a tuo figlio che non puoi dargli niente da portare alle maestre. Certi bambini piangono: hanno vergogna . A volte mi chiamano.

E pensare che credevo che la scuola dell’obbligo fosse un diritto e quindi fosse gratuita…

A volte ho l’impressione di trovarmi davanti donne uniche, speciali. Forti come certe querce secolari del nostro paesaggio toscano. Ogni storia che ascoltiamo in associazione meriterebbe un racconto a sé. Ci sono storie per le quali non riesco a trovare le parole adatte per dare la misura del coraggio, della pazienza, della costanza e della speranza sono. Madri che sono un esempio incredibile per i loro figli. A volte però scoppiamo anche in risate pazzesche, tanto sono paradossali certe situazioni.

In questi ultimi due anni abbiamo accompagnato tante donne dalle assistenti sociali (altre donne che troviamo sempre più affrante e impotenti), nelle strutture ospedaliere dove sempre di più, medici e burocrazie rendono “strapazienti” tutti, e in tanti uffici per riempire moduli, tabelle, documenti, richieste e molto altro.

Come i famosi modelli Isee. Difficile spiegare a chi è straniero perché bisogna prendere un appuntamento per un ufficio che deve compilarti un foglio complicatissimo per dire in pratica che non hai lavorato, che non hai reddito e quindi la tua dichiarazione dei redditi è zero.

Dire ad un povero di dichiarare burocraticamente che è povero credo che sia la più grande offesa dei ricchi.

Abbiamo sempre detto che il nostro non era assistenzialismo: accompagnavamo in un percorso nella speranza di insegnare a muoversi in questa strana giungla di regole e di leggi, magari denunciando certe assurdità e rompendo le scatole a chi non faceva il proprio lavoro o a chi compiva ingiustizie. Mi è parso sempre naturale superare quella logica di assistenzialismo che viene sempre incontro solo ai bisogni e si dimentica e omette di denunciare ingiustizie e soprusi, sempre rispettando a pieno le donne e chi è vittima di queste ingiustizie. La difficoltà più grossa è sempre quella di attendere i tempi, di stimolare e non forzare, di ascoltare e non sostituirsi, attendere i tempi insomma dei cambiamenti. A volte sbaglio , prospetto soluzioni o indico vie , magari semplici e naturali per me , ma lontane ancora dal cuore e dai passi delle donne.

In questi anni , non abbiamo partecipato a nessuna delle “kermesse dei progetti” e dei bandi per il Sociale. Non abbiamo davvero mai avuto il tempo. Quando qualcuno ci avvertiva era spesso troppo tardi anche solo per leggere di cosa si trattava. Poi anche leggere questi bandi e le regole per partecipare è diventato roba da “specialisti” da tecnici e noi desistiamo . A volte si sono presentati strani personaggi in associazione , esperti del Sociale, che ci offrivano di “entrare in un progetto tale”… ci chiedevano di mettere il nostro nome accanto a quello di altri nomi per “ rosicchiare gli ultimi soldi destinati ai progetti per le donne…o per promuovere quella tale iniziativa ”. Non ne abbiamo fatto mai di niente. Abbiamo sempre cercato di tenere lontano Gli Squali del Sociale e del Volontariato. Mentre con alcune esperienze che sono ormai importanti realtà vorremmo collaborare , vorremmo confrontarci. Scambiandoci opinioni, e magari esperienze. Quante volte risparmieremmo tempo e fatica se a guidarci ci fosse l’esperienza di chi ci è passato prima.

Invece con gli unici soldi concessi quest’anno dall’ufficio volontariato del Comune ( che arriveranno solo nel 2007) , mille euro, abbiamo sottoscritto 5 abbonamenti dell’Ataf per le donne che ogni giorno per lavoro prendono tante linee e percorrono tanti chilometri. Se poi non hai lavoro e ogni giorno ti sbatti da un capo all’altro della città alla ricerca anche solo di un colloquio, l’abbonamento all’autobus ci sembrava una tappa fondamentale.

Poi abbiamo sentito dell’offerta di frutta e verdura al mercato ortofrutticolo di Novoli a prezzi vantaggiosi. Così ogni settimana compriamo casse e casse di frutta e verdura fresca. Chi ha problemi di bilancio familiare non sceglie frutta e verdura fresca. Anche chi ha o ha avuto figli malati non si può permettere arance o spinaci freschi e altra verdura. Le priorità diventano altre. Ci sembrava invece fondamentale pensare anche ad una corretta alimentazione.

Non riuscirò mai a capire perché un’azienda come la MukkiLatte non faccia un accordo per regalare latte fresco, quello in esubero, alle case d’accoglienza dove sono presenti madri con bambini anche piccoli. E arrivino in questi luoghi invece cartoni di latte fresco a lunga, molto lunga conservazione. Qualcuno di noi porta il latte fresco ogni settimana ad alcune di queste mamme, ma se ci fosse un accordo con l’azienda potremmo ad esempio solo impegnarci a distribuirlo, a chi sappiamo che non può davvero permetterselo. E non solo nelle case d’accoglienza.

Le donne che conosciamo, stanno in camere ammobiliate carissime, stanno in appartamenti in affitto spesso indecenti, stanno in case private a lavorare come badanti con bambini un pò “ nascosti” e sempre un pò troppo tollerati, e sarebbero felici di ricevere queste semplici “attenzioni”. Un giorno ci siamo incontrati tutti e ci siamo messi a discutere di come potevamo organizzarci. Si poteva fare la spesa a turno ogni settimana e distribuirla. Si poteva cercare altro cibo e coprire quasi tutte le esigenze familiari. Potevamo contare su alcuni ragazzi , giovani volontari, studenti delle scuole superiori e universitari che ogni settimana fanno i compiti con i bambini e li aiutano nelle difficoltà scolastiche e talvolta li vanno prendere a scuola ( le uscite scolastiche delle16,30 sono l’incubo principale delle madri lavoratrici) e li portano a casa. Si poteva forse cominciare a pensare anche ad un piccolo progetto di lavoro, raccogliendo le nostre idee e le forze per capire come e cose progettare.

Quando abbiamo cominciato a discutere di quest’ipotesi ci è parso subito chiaro le numerose difficoltà ma anche la volontà di superare anche qui la logica delle varie cooperative, delle imprese sociali e delle attività riservate fino ad ora “ alla categoria” donne , madri sole. Intanto abbiamo individuato la prima mossa: organizzarsi per far prendere la patente di guida a chi non ce l’ha . Ogni colloquio, ogni curriculum prevede ormai questa voce. Avere la patente è un requisito fondamentale un discrimine. Non averla significa non vedersi accettato il curriculum vitae da nessun datore di lavoro, neppure per fare pulizie o cambiare pannoloni agli anziani allettati. A prendere la patente a Gennaio si recheranno in otto. Fanno 4800 euro ( sono circa 600 euro a patente ) Dobbiamo subito cercare i soldi per coprire questa spesa.

Abbiamo fatto un accordo importantissimo poi con un’associazione che si occupa di salute: ci hanno permesso di usufruire delle loro prestazioni ambulatoriali e delle loro analisi cliniche in forma gratuita. Sono bravissimi e conosciuti per professionalità e assistenza.

Molte donne pensano alla salute dei loro figli, non alla loro. Per mancanza di soldi e di tempo. Quest’accordo le metterà in condizione di fissare finalmente una visita medica specialistica . Grazie Calcit, che con una sola chiacchierata informale ha compreso le nostre esigenze.

A Fate stanno avvenendo altri miracoli: le donne hanno cominciato a frequentarsi anche fuori dell’associazione e delle riunioni: si abbracciano, si parlano , si incontrano e si aiutano. Il più grande risultato di questi lunghi mesi è quando si tengono a turno i figli a dormire , quando si offrono di pulire le case a chi è malata o troppo sopraffatta dalle cose, quando vengono cucinati dieci chili di spinaci freschi da distribuire a tutti .Improvvisamente abbiamo capito di essere una comunità. Una piccola comunità urbana: ognuno a casa propria , ognuno con la sua storia, i suoi trascorsi ma poi sempre più uniti e consapevoli di ciò. Così anche se le donne sono di fatto sole, si scopre piano piano che si possono trovare “ zie”, “ fratelli” e sorelle che ti fanno un piacere, ti vanno a prendere al volo un figlio se malato a scuola, ti sostituiscono in un momento di assenza, zie peruviane, fratelli bulgari, sorelle etiopi o rumene. Oppure arrivano persone come Serena e Antonio che diventano così parte integrante del nostro cammino che si offrono così totalmente a sostegno di un caso più difficile, un’emergenza più dura e bisognosa delle altre che ci fanno capire di essere sulla strada giusta anche se tanto faticosa.

Fatiche immani e dolorose, come quando con il ragazzino nigeriano, solo al mondo, la mamma morta, il babbo anche, che fa a pugni con gli altri per esibire una violenza che è solo disperazione e paura ci troviamo tutti insieme e non sappiamo più che fare, e troviamo chiuse le porte di avvocati e di assistenti sociali e possiamo solo sperare. E avviene che una sera gelata di dicembre il ragazzino viene prelevato, solo Dio sa come, per essere trasferito di forza in una struttura per minori , e Serena, Antonio ed io piangiamo come bambini in una piazza , piena di traffico , piangiamo della nostra impotenza e di una società che, duemila anni dopo, non sa ancora riconoscere i propri Gesù bambini….

Perdonaci, carissimo figlio.

Ma c’è anche gioia. Come quando andiamo “in vacanza” nella casa messa a disposizione dell’associazione e siamo insieme anche ai bambini più piccoli e i ragazzi più grandi diventano gli “ educatori”, i fratelli maggiori , e spesso è un gran casino, di voci di giochi e di mangiate che tutto si riempie di calore, forza e di protezione inaspettata.

I ragazzi arrivati in associazione senza madre o che sono rimasti in Italia mentre le madri sono tornate nei loro paesi rappresentano un enorme opportunità e aiuto. Con loro abbiamo fatto interventi e percorsi diversi, ma adesso rappresentano davvero il futuro dell’associazione, una specie di nuova generazione alla quale rivolgersi.

Ho visto tante difficoltà in questi anni e tante lacrime, ma quando le donne e i bambini poi si possono stringere insieme e addormentarsi magari abbracciati nello stesso letto, ho visto superare cose inaspettate. Per questo difendo sempre la scelta di chi decide di tentare un ricongiungimento con i propri figli. Non credo che sia giusto ricevere soldi dall’Italia per un nuovo televisore. Credo sia più importante , avere la propria mamma accanto.

Confesso che quando ho riletto le storie che ho raccolto in questo libro alle donne , tutte hanno pianto a risentire le proprie parole. Anche quelle più temprate, più forti. Anche se tante cose non ho potuto riportarle, non ho potuto raccontare tutto, per pudore e per estremo rispetto di queste donne coraggiose e uniche e di questi bambini che guardo ogni giorno crescere.

In spagnolo c’è un termine e noi ce lo diciamo sempre ( lo diciamo anche agli uomini, anche ai ragazzi più giovani ): dobbiamo essere comadre, essere cioè l’una la madre dell’altra, prendersi cura l’uno dell’altro, fare da guida gli uni agli altri . A volte mi sembra che la comunità Fate , faccia una piccola lotta di resistenza, all’indifferenza , e a chi vorrebbe lasciare le cose come stanno.

Infine Massimo Sestini. Lo conoscevo come il fotografo dei vip. I suoi scoop sono famosi, le sue copertine di periodici anche. Un giorno a Novembre gli ho telefonato. Mi ha fatto parlare due minuti. Ha capito subito ed è corso. Gratis. Le foto che pubblichiamo sono bellissime.

Dalle foto e dalle storie è nato il progetto Natività che, grazie all’aiuto economico della Provincia di Firenze, è diventato una mostra e un piccolo libro.

Se io mi sono sforzata di raccontare un po’ di vita dietro le facce, Massimo ha dato ai volti delle donne e dei bambini di Fate l’espressività, la cifra di un’anima.

Storie e volti, non numeri. La passione nasce da lì, il resto è statistica con il quale il Potere cerca di addomesticare anche la sofferenza.

A questo addomesticamento Fate grida: Non Ci Sto.


Comunque su 191 millioni di migranti in tutto il mondo

95 millioni sono donne !



Maria Zipoli

 
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